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25 marzo 2019 Il quotidiano on-line per gli operatori e gli utenti del trasporto 08:33 GMT+1



11 marzo 2019

Confcommercio e Conftrasporto esortano il governo italiano alla massima prudenza sull'accordo con la Cina per la Via della Seta

Si rischia - hanno sottolineato Sangalli e Palenzona - la perdita della piena sovranità nazionale sulle infrastrutture strategiche portuali e ferroviarie

Confcommercio e Conftrasporto, in una lettera inviata al governo a firma dei presidenti Carlo Sangalli e Fabrizio Palenzona, hanno invitato l'esecutivo italiano alla massima prudenza sull'accordo tra Italia e Cina sulla Via della Seta annunciato per il prossimo 22 marzo, durante la visita del presidente cinese Xi Jinping, e hanno proposto un'intesa doganale tra i due Paesi.

Annunciando l'invio della missiva al governo, Confcommercio e Conftrasporto hanno ricordato che l'esecutivo italiano ha comunicato la prossima firma dell'accordo quadro con Pechino nonostante le preoccupazioni degli Stati Uniti e dell'UE e che il premier Giuseppe Conte ha evidenziato che l'intesa avvicinerà la Cina agli standard di trasparenza occidentali e ha sottolineato che con la “Nuova Via della Seta” i cinesi si preparano a connettere Asia, Europa e Africa costruendo strade, porti, ferrovie, reti di telecomunicazioni. Secondo Conte, hanno specificato le due Confederazioni imprenditoriali, per l'Italia si tratterebbe di «un'opportunità» di crescita.

Da parte sua il governo di Pechino, annunciando la partecipazione dell'Italia alla Belt and Road Initiative (BRI), ha rimarcato che l'Italia, che è l'ottava più grande economia del mondo, diventerà quindi anche la più grande economia a partecipare alla BRI. Il governo cinese non ha mancato di evidenziare come la Cina potrebbe diventare un partner più utile per la ripresa dell'economia italiana rispetto agli USA e alla stessa UE: l'esecutivo - riprendendo dichiarazioni di Liang Haiming, decano del Hainan University Belt and Road Research Institute e presidente del China Silk Road iValley Research Institute - ha ricordato che l'Italia è sotto pressione a causa dell'aumento del debito pubblico e del rallentamento della crescita economica e - ha evidenziato Haiming - le imprese cinesi potrebbero essere in grado di stimolare l'economia italiana, cosa che - ha osservato - gli Stati Uniti e altri paesi dell'Unione Europea non sono riusciti a fare.

Tra le imprese nazionali citate dal governo cinese quali possibili investitori in Italia c'è la Shanghai Zhenhua Heavy Industry Co. (ZPMC), uno dei leader mondiali nel segmento della produzione di mezzi e gru per il settore portuale. «Nel quadro della BRI e di uno sviluppo delle relazioni bilaterali - ha dichiarato in tal senso il direttore generale dell'azienda, Ye Hui - prenderemo in considerazione un aumento del nostro impegno in Italia, con l'intenzione di assumere più personale in loco una volta che il progetto prenderà avvio». «Inoltre - ha aggiunto Ye - siamo disponibili a condividere la nostra esperienza nella costruzione di infrastrutture e nella produzione di attrezzature, il che sarebbe di grande aiuto per i paesi europei sviluppati le cui infrastrutture stanno invecchiando». ZPMC, infatti, fa capo alla China Communications Construction Company (CCCC), gruppo che si occupa principalmente della costruzione di infrastrutture di trasporto, di attività di dragaggio e della produzione di macchinari e gruppo che potrebbe ad esempio diventare partner dell'Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale, come prospettato nei giorni scorsi dal presidente dell'ente Paolo Emilio Signorini, per dare corso a grandi opere nel porto di Genova.

Il governo di Pechino ha ricordato che dal 2000 al 2017 gli investimenti complessivi della Cina in Italia hanno raggiunto i 13,7 miliardi di euro e l'Italia è così diventata la terza principale destinazione degli investimenti cinesi nell'UE dopo il Regno Unito (42,2 miliardi di euro) e la Germania (20,6 miliardi di euro).

Nella lettera inviata al premier Giuseppe Conte e al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli, i presidenti di Confcommercio e Conftrasporto raffreddano invece gli entusiasmi: «l'Italia - hanno scritto Sangalli e Palenzona - sarebbe l'unico Paese di particolare rilevanza a siglare un'intesa, considerato che, sempre di più, l'Unione Europea evidenzia il disegno egemonico sotteso a tale progetto. In particolare, il sistema portuale italiano, con l'azione autonoma e non coordinata di diverse Autorità di Sistema, si candida a essere terminale della Via della Seta. Si parla di investimenti a Trieste e Venezia. Addirittura a Genova l'Autorità di Sistema ha annunciato di voler costituire una società mista con il gruppo cinese CCCC per la progettazione e la costruzione di opere, in deroga a tutte le norme vigenti».

«Ricordiamo - prosegue la lettera - che la presenza cinese e asiatica nei porti italiani ha dei precedenti non sempre confortanti. COSCO, la medesima società statale che gestisce il porto del Pireo, aveva un'importante partecipazione nel terminal Conateco di Napoli, che ha abbandonato alle prime difficoltà, creando una situazione di grave crisi, superata solo grazie al subentro di un altro operatore».

I rappresentanti di Confcommercio e Conftrasporto hanno espresso inoltre dubbi sui dati «esaltanti» diffusi a sostegno dell'iniziativa: la crescita dei traffici per l'Italia, infatti - secondo le due organizzazioni - si limiterebbe a un modesto 2%. Confcommercio e Conftrasporto hanno manifestato preoccupazione anche per il fatto che l'industria cinese è considerata non esente da rischi di contraffazione dei prodotti o conformità agli standard produttivi internazionali.

«La prima cosa su cui dovrebbe lavorare l'Italia - hanno proposto invece Sangalli e Palenzona - è un accordo doganale con la Cina per il controllo delle merci in partenza, anche attraverso l'uso della tecnologia Rfid. Siamo già molto preoccupati per le intese sottoscritte da importanti imprese italiane con industrie cinesi che rischiano di farci perdere know-how e competitività. Se poi dovessimo aggiungere la perdita della piena sovranità nazionale sulle infrastrutture strategiche portuali e ferroviarie, rischieremmo di pregiudicare quell'economia del mare che è fondamentale per il nostro Paese».

«Ricordiamo infine - hanno concluso i presidenti di Confcommercio e Conftrasporto - il decreto legge 21 del 2012, che impone un controllo reale e dinamico sull'investimento straniero, e il regolamento europeo approvato in questi giorni che subordina questi particolari investimenti a un'autorizzazione. Invitiamo quindi il governo italiano, anche per non eludere le norme di controllo nazionali ed europee, a valutare con grande attenzione e prudenza l'accordo che si intende sottoscrivere».

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