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19 ottobre 2019 Il quotidiano on-line per gli operatori e gli utenti del trasporto 19:07 GMT+2



23 settembre 2019

Assarmatori, alcune misure del Decreto Clima possono mettere in ginocchio l'industria del mare

A ciò si somma una circolare dell'INPS il cui effetto sarà di far lievitare il costo del lavoro marittimo

Le misure in campo ambientale previste dal governo nella bozza del Decreto Clima spaventano l'associazione armatoriale Assarmatori, misure che ritiene siano insostenibili per l'industria del mare e che si sommano ad una comunicazione dell'Istituto Nazionale di Previdenza Sociale che - ha denunciato l'associazione - rischia di aumentare il costo del lavoro marittimo.

Assarmatori ha ricordato che «nel Decreto Clima si propone il taglio lineare del 10% di tutti i sussidi considerati ambientalmente dannosi e tra questi sono stati inseriti alcuni degli aiuti che hanno permesso al cluster marittimo italiano di superare una pesante crisi, rilanciare l'occupazione e tornare ad essere competitivo con la concorrenza internazionale, mentre limitarli ora - ha rilevato l'associazione - significherebbe colpire solo le imprese italiane, senza peraltro aiutare l'ambiente, visto che la maggioranza dei traffici nel Paese è operato da imprese che non sarebbero soggette a questa misura».

Tra i principali sussidi qualificati come ambientalmente dannosi che riguardano il trasporto marittimo ci sono quelli relativi all'esenzione dall'accisa sui prodotti energetici impiegati per la navigazione marittima e per la riduzione della base imponibile ai fini IRPEF e IRES per il settore marittimo, mentre tra quelli qualificati di incerta classificazione ci sono i contributi per servizi marittimi per il trasporto combinato delle merci.

«Difendere l'ambiente e l'occupazione - ha commentato il presidente di Assarmatori, Stefano Messina - sono obiettivi in testa alle priorità degli armatori italiani, ma le ricette politiche che si stanno delineando in questi giorni vanno proprio nella direzione contraria». L'associazione armatoriale ha evidenziato che «in aperta contraddizione con i provvedimenti che si vorrebbero varare, lo stesso Ministero dell'Ambiente riconosce che il trasporto marittimo è “la modalità energeticamente più efficiente e con minori costi esterni ambientali” rispetto a tutte le altre, ma ciò - ha osservato Assarmatori - non è sufficiente per mettere al sicuro gli aiuti erogati al cluster; genericamente si afferma che per mantenerli dovranno essere raggiunti imprecisati “obiettivi di miglioramento ambientale nella gestione della nave”; quando proprio lo shipping, forse in modo più marcato rispetto a qualsiasi altra modalità di trasporto, ha compiuto incontestabili passi in avanti sul tema compatibilità ambientale ed è attualmente impegnato in uno sforzo enorme che vedrà ridurre di ben sette volte, in un unico step, la quantità di zolfo contenuto nei combustibili; dal 1 gennaio 2020, infatti, il massimo tenore di zolfo ammesso nei fuel navali passerà dal 3,5% allo 0,5%. I costi per questo passaggio sono ingentissimi e sono integralmente sostenuti dall'armamento, senza alcun onere per lo Stato».

Assarmatori ha specificato che un'altra minaccia alla sostenibilità dell'industria marittima giunge anche dall'INPS che - ha reso noto l'associazione - «con una circolare del 6 settembre scorso, ha modificato la precedente interpretazione del cosiddetto Decreto Dignità, stabilendo che il contributo addizionale NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l'Impiego) che scatta ad ogni rinnovo di un contratto di lavoro a tempo determinato si applica anche al settore marittimo. La misura, pensata per disincentivare le assunzioni a termine a favore di quelle a tempo indeterminato, prevede un aumento dello 0,5% del contributo addizionale, pari all'1,4% della retribuzione, che il datore di lavoro paga a conclusione di un contratto a tempo determinato e che serve a finanziare la NASpI. Peccato, però - ha sottolineato Assarmatori - che il lavoro marittimo sia per sua natura temporaneo o stagionale e i marittimi in regime di “continuità di rapporto di lavoro”, ovvero impiegati sempre dallo stesso unico armatore rappresentino una quota minima, mentre la stragrande maggioranza degli addetti è iscritta al cosiddetto “Turno Particolare” o al “Turno Generale”, una speciale lista presso gli uffici di Collocamento della Gente di Mare presso le Capitanerie di Porto, da cui obbligatoriamente gli armatori devono attingere per formare l'equipaggio delle proprie navi. E ogni contratto cessa all'atto dello sbarco del marittimo. Se ad ogni nuova chiamata il contribuito NASpI dovesse aumentare dello 0,5% (non è previsto alcun limite all'incremento) - ha denunciato l'associazione armatoriale - è facile comprendere come, in tempi brevissimi, i costi diventerebbero insostenibili per qualsiasi armatore, con il risultato finale di generare un'enorme sacca di disoccupazione alimentata da migliaia di marittimi senza lavoro, in conseguenza di una crisi strutturale dell'intero comparto, “alla faccia del riconoscimento della sua strategicità per l'economia nazionale”».

Specificando che «Assarmatori è convinta che non esista una reale volontà di innescare queste conseguenze, ma è altrettanto certa dell'esistenza di un rischio cogente per misure assunte con troppa leggerezza senza valutare sia gli effetti, sia le condizioni del settore in cui andrebbero a incidere», il presidente dell'associazione ha concluso precisando che a tal fine, e per spiegare le dinamiche dell'industria del mare, Assarmatori «è pronta da subito, insieme alle altre associazioni di categoria e alle forze sociali, a confrontarsi con tutte le istituzioni interessate per trovare le soluzioni più coerenti ed efficaci per migliorare l'ambiente e sostenere l'occupazione, senza mettere in pericolo il settore marittimo e tutta l'economia nazionale».

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