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6 giugno 2020 Il quotidiano on-line per gli operatori e gli utenti del trasporto 22:35 GMT+2



7 aprile 2020

EDITORIALE
Sul problema delle navi da crociera a cui è vietato l'accesso ai porti italiani il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti decide di non decidere

Il dicastero prospetta un piano «ispirato alla solidarietà ed alla sostenibilità sanitaria», ma non ci dice qual è

Non si è affatto conclusa la paradossale e travagliata vicenda delle navi da crociera a cui, in questo momento di emergenza per la pandemia di Covid-19, è vietato l'approdo nei porti perché non è possibile sovraccaricare ulteriormente il sistema sanitario nazionale dell'assistenza da prestare, se del bisogno, ai passeggeri e ai membri degli equipaggi. Questa, almeno, è oggi la motivazione più frequentemente addotta per vietare l'ormeggio nei porti di molte nazioni, mentre sino a pochi giorni fa la giustificazione era quella di evitare che le persone realmente o teoricamente contagiate a bordo delle navi potessero diffondere il virus tra la popolazione della nazione di approdo.

Un distinguo tra ieri ed oggi è anche quello relativo alla bandiera della nave. Ad esempio qui in Italia, ma in qualche altra nazione accade lo stesso, ieri - quando la pandemia sembrava un'epidemia e quando questo virus non sembrava più letale di una semplice influenza - si chiedeva ad autorità di altri Paesi che una nave da crociera di bandiera italiana in navigazione, che so, in Asia potesse accedere ad un porto della regione affinché almeno i passeggeri, se non l'equipaggio, potessero fare ritorno a casa o, se malati, potessero essere soccorsi.

Oggi, sempre in Italia, chi invoca con ragione che alle navi da crociera vicine alle nostre coste debba essere concesso di poter entrare nei porti italiani lo fa sottolineando che queste navi sono di bandiera italiana e, come tali, devono essere obbligatoriamente accolte nei nostri scali, omettendo che l'appello rivolto appena due settimane fa ad altri governi era per esortarli a dare asilo in terra straniera a navi italiane e trascurando il fatto che oggi davanti alle coste italiane, ma anche già dentro i porti nazionali, ci sono navi da crociera o mercantili di bandiere estere che magari a bordo hanno passeggeri e parte dell'equipaggio di nazionalità italiana. Come se ieri il passaporto non avesse valore ed oggi contasse come un salvacondotto. Non ci riferiamo, ovviamente, al passaporto dei marittimi perché, se quello dei passeggeri sembra ancora contare qualcosa, quello del personale di bordo prima pesava poco ed ora è diventato carta straccia.

E ieri a Roma, al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, al tavolo con le Autorità di Sistema Portuale convocato dalla ministra Paola De Micheli si è discusso anche di questo problema, quello - ha spiegato il dicastero in una nota - appunto «delle navi da crociera battenti bandiera italiana tuttora in navigazione« e della «necessità di finalizzare, quanto prima, il piano, per i prossimi approdi sicuri nei nostri porti». Il problema, di per sé, sembra facile da risolvere: prima ti accerti, ed ora sembra che ci siano gli strumenti per farlo, se a bordo di queste navi ci sono persone che risultano positive ai test per il coronavirus; se non ce ne sono consenti a queste persone di sbarcare e di tornare a casa; se ce ne sono li fai comunque sbarcare sottoponendoli al necessario periodo di quarantena o, se malati, li fai assistere utilizzando il personale e le attrezzature sanitarie disponibili. E ciò dovrebbe valere ovviamente anche per i marittimi di nazionalità estera che, se è vero come è vero che ieri e oggi avevano ed hanno doveri nei confronti del loro datore di lavoro, oggi così come ieri il loro datore di lavoro, l'armatore italiano (ammesso che sia italiano anche se la bandiera della sua nave lo è), doveri pur ne ha nei loro confronti quale che sia il loro passaporto.

Se ieri era inconcepibile che un crocierista italiano gravemente ammalato non venisse urgentemente assistito in Asia e che ad un crocierista italiano in salute non venisse concesso di fare rientro in patria, oggi è altrettanto assurdo che un marittimo filippino sofferente non possa essere curato in una nazione che non è la sua o che ad un marittimo thailandese sano non sia consentito di tornare a casa.

Solo i sindacati italiani, intervenendo su questo argomento, si sono per lo più distinti nel non fare distinzione di passaporto. Anche ieri le segreterie regionali e territoriali della Liguria di Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, chiedendo alle istituzioni di ricevere le navi di Costa Crociere nei porti della regione, pur sottolineando che «i marittimi italiani hanno diritto di essere accolti nei porti italiani», hanno lodevolmente specificato che «i nostri porti possono aiutare anche i marittimi non italiani a ritornare presso i loro luoghi d'origine in attesa che il mercato delle crociere riparta».

Nella nota del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, invece, c'è la quintessenza dell'atteggiamento pilatesco. Gli attracchi - questa è la soluzione risolutiva al problema scaturita dall'incontro di ieri - «dovranno avvenire senza sovraccaricare in alcun modo la capacità recettiva dei sistemi sanitari regionali già fortemente stressata. Quindi - conclude la nota - un piano ispirato alla solidarietà ed alla sostenibilità sanitaria». Già, ma qual è il piano?

Bruno Bellio

csteinweg

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